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Nesi e i Cinesi

Premio Strega 2011

Leggere un libro dopo oltre tre anni dalla sua uscita non è il massimo, ma ho aspettato che il blasonato volume “Storia della mia gente”, di Edoardo Nesi, si trovasse sulle bancarelle dei remainders, perché avevo già annusato che non valesse i 21 euro del prezzo di copertina.
Del resto lo scrittore pratese ripete in libri e articoli sempre le stesse cose e infatti il libro si può riassumere in poco:

Prato ha avuto un periodo felice in cui tutto andava bene; le fabbriche producevano ottimi tessuti richiesti in tutto il mondo; gli imprenditori guadagnavano bene; i figli degli imprenditori erano giovani, magri, felici, spendaccioni e con grandi prospettive.  Poi sono venuti la globalizzazione e i cinesi e tutto è andato in malora e gli industriali pratesi hanno dovuto chiudere le loro ditte.

Certo il libro di Nesi è un “romanzo” e non un saggio e tuttavia occorre riflettere su come gli atteggiamenti nostalgici e vittimistici  del grande Cantore Pratese e dei suoi ammiratori costituiscano le condizioni affinché  frustrazione e impotenza prevalgano.
Mancano infatti nel libro molti importanti elementi per dare un quadro completo della situazione e vorrei suggerire, per la decima ristampa, qualche aggiunta.

  • Nella descrizione del mitico passato mancano elementi importanti: la pessima qualità della vita dei piccoli artigiani e delle loro famiglie strozzati dai prezzi bassi; l’elevato tasso di incidenti sul lavoro e di tumori; l’inquinamento ambientale; il credito facile delle banche locali;  il “nero”  fiscale e contributivo; l’asservimento della politica; la difficile integrazione dei meridionali che,  giunti alla terza generazione, non si può dire conclusa.
  • Nella descrizione della crisi vista come aggressione dall’esterno, Nesi  trascura  il record regionale negativo per la scolarizzazione della popolazione e l’incapacità della politica di sottrarsi ai voleri degli imprenditori e di aprire prospettive fuori dal tessile. Si dimentica che il successo pratese si basava  sull’esportazione a prezzi bassi che anticipava la “globalizzazione” e che al sistema è mancata la capacità d’innovazione non tanto nel prodotto quanto nell’organizzazione dei processi produttivi e commerciali e che tale mancanza  è da imputare ai figli di quegli imprenditori che “avevano passato la vita a lavorare”, e che avevano mandato i loro rampolli a studiare negli USA per prepararli a una successione mai avvenuta.
  • Nell’analisi del presente Nesi ignora i molteplici collegamenti tra l’economia del distretto cinese parallelo e l’economia nazionale e cittadina, di cui i ricchi affitti di squallidi capannoni sono solo un esempio.
  • Infine si dimentica il fenomeno del “riciclaggio” sociale di intere famiglie di imprenditori con figli e nipoti al seguito, dopo aver chiuso l’azienda o dopo tristi fallimenti. Giovani  e non è più giovani imprenditori, che non sono più tali, si riciclano in immobiliaristi, politici, scrittori, assessori, registi, onorevoli, sindaci, candidati sindaci, consiglieri, ricchi affittuari, pubblici amministratori  e presidenti. Dimostrano così le grandi capacità dei pratesi di reinventarsi e prosperare. Nel frattempo i loro ex-dipendenti e collaboratori artigiani terzisti si sono riciclati in cassintegrati, disoccupati, muratori a chiamata, camerieri a nero e lavoratori precari.

Foto fanpage.it

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