Prato, 18gennaio 2010 - La Camerata Strumentale Pratese e l’orchestra pistoiese Promusica hanno finalmente aperto il nuovo anno solare con un concerto a sorpresa. Il programma ufficiale prevedeva, dopo una sosta di due mesi, il concerto per pianoforte in Sol di Ravel, sostituito dal concerto in Si minore per violoncello di Dvorak. Due mesi d’assenza per un’orchestra sono troppi. Segno che le cose non vanno troppo bene per la musica.
Guardando lo svolgimento di tutta la stagione 2009-2010, rispetto l’anno scorso, manca un concerto e nel senso temporale si chiude mese prima. La distribuzione dei concerti non è omogenea. Due concerti a gennaio, uno a febbraio, due a marzo, nulla ad aprile, sono le conseguenze delle difficoltà finanziarie di anni difficili per tutti. La qualità resta buona, la tenacia e la pazienza per tempi migliori non devono abbandonare i promotori e gli organizzatori della Camerata.
Protagonista, al posto del pianista Fazil Say, il violoncello dell’ungherese Miklos Perényi eccellente artista ed interprete del concerto op. 104 che ha ricevuto dal pubblico in sala lunghi e meritati applausi. Il concerto scritto, nel periodo americano resta legato al patrimonio musicale popolare Boemo, mentre nel primo movimento ricorda la sua Sinfonia numero sette in Re minore. La naturalezza di Perényi nell’esecuzione ha esaltato alcune delle pagine più ispirate di Dvorak.
Dotata di leggerezza e sensibilità, l’Adagio ma non troppo, è stato un vero capolavoro del violoncello magiaro, vibrante ed esile ad un tratto, sorretto appena dal clarinetto, poi dall’oboe in un a difficile quanto elegante esposizione. In omaggio al pubblico Perènyi ha regalato un bis, la Buré della terza suite di Bach. Direttore d’orchestra Daniele Giorgi, compositore, violinista, nato a Firenze nel 1970, diplomato al Conservatorio Luigi Cherubini.
Il maestro era già stato sul podio del Politeama di Prato lo scorso anno presentando un eccellente programma: il concerto numero due di Rachmanimov e la Sinfonia numero sei, detta "Patetica" di Ciajkoskij. Nella seconda parte della serata, la prima Sinfonia di Brahms non ha tradito le attese. Del classicismo, o meglio del trio Haydn-Mozart-Beethoven, Brahams ne fece uno studio perfetto senza però mai cadere nell’imitazione. Capace di rielaborare con brillante fantasia, e nella classicità proporsi, Brahams badava più a trarre soddisfazione nel creare musica più che piacere al pubblico.
Un esempio della sua sensibilità artistica sono le Variazioni su un tema di Haydn, che, per chi non le conoscesse, consiglierei d’ascoltare. La prima sinfonia, ebbe come poche altre, una gestazione lunghissima. L’aveva cominciata non ancora trentenne per concluderla quattordici anni dopo. Il lungo tempo di gestazione, probabilmente, era per la cosciente preoccupazione di sentirsi immaturo di portarla a compimento come avrebbe voluto. Von Bulow l’aveva chiamata la Decima considerandola, in un certo qual modo, il proseguimento della Nona di Beethoven, consacrando Brahms erede del genio di Bonn.
L'affinità di tema con l’ultima sinfonia di Beethoven è riconoscibile in più parti, ed in modo evidente, il finale concepito come un inno strumentale. Più incline al lirico che al drammatico, Brahms, aveva già in queste pagine sinfoniche, uno stile personale che lo caratterizzava senza equivoci come genio sinfonico tra le cui pagine migliori sono proprio il primo movimento e l’ultimo tempo di questa sinfonia, un Adagio Allegro che raramente raggiunse nelle altre tre. All’agile direzione di Giorgi si sono unite il valore delle due orchestre ben assemblate di Prato e Pistoia, per un risultato ottimo gradito al pubblico, per un bis spumeggiante attraverso le note della celebre danza ungherese nr. 5 di Johannes Brahms che ha chiuso la serata musicale.
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