Prato, 28 febbraio 2010 - Le trasformazioni del territorio non si risolvono e non si affrontano uscendo dall'urbanistica; questo è il punto di partenza per ogni discussione su piani attutivi, accordi di programma e, in un ultimo, sul tipo di perequazione che a Prato sarà messa in atto. Di per sé non è sbagliato ricorrere a piani attuativi di iniziativa privata o alla perequazione da parte dell’Amministrazione Comunale; è distorto invece l'uso, degli uni come dell’altra, in mancanza di una pianificazione di riferimento sufficientemente stabile e ferrea che indica dove e come spostare i diritti edificatori in maniera sostenibile. Sostenibilità integrale, aggiungerei: economico-finanziaria, urbanistica, infrastrutturale, ambientale ed energetica; infine, ma non per ultima, sociale.
L'ipotesi che si è fatta di rinnovare il parco di Galceti, tramite un intervento perequativo a Maliseti, è l'esempio di un approccio sbagliato alle trasformazioni territoriali; esempio negativo semplicemente perché la perequazione ipotizzata prescinde da ciò che il Piano Strutturale - la pianificazione sufficientemente stabile e ferrea - prevede per Maliseti stessa. Ma non solo, è questa un'ipotesi che non prende in considerazione altri aspetti fondamentali per un approccio sostenibile alle trasformazioni contemporanee quali, ad esempio, le questioni legate alle infrastrutture e alla mobilità. Quali conseguenze, infatti, si ha nel costruire dove non è previsto dalla pianificazione, per l'economia di quei luoghi, per gli spostamenti urbani, per l'integrazione sociale e per la sicurezza, per il vivere comune?
A Prato, questo è anche un problema di classe dirigente che amministra da un decennio il sapere - non solo urbanistico, ma anche delle infrastrutture e della mobilità -, sapere che è stato spostato tutto quanto sull'impianto normativo, sulle procedure e sul fare abbandonando l'urbanistica ad orpello necessario, ma fastidioso; si noti dal 1999 quante volte sono state cambiate, aggiornate, modificate le norme del regolamento edilizio e di quello urbanistico, senza aggiornare il Piano Strutturale o modificare il regolamento urbanistico tout cour. Segno questo delle visioni corte con cui si è creduto opportuno dirigere la città.
E' possibile trasformare ancora territorio, a Prato, in maniera sostenibile e trasformalo in maniera da mettere in atto un processo virtuoso socio-economico, ma non speculativo-immobiliarista? Questa può essere una domanda giusta alla quale la classe dirigente della città non sembra interessata.
La risposta non è scontata perché la trasformabilità del territorio, per essere sostenibile, deve passare non solo da una pianificazione sostenibile, che oggi a Prato significa (1) variare in maniera organica e generale il Piano Strutturale e (2) il Regolamento Urbanistico, snellire e semplificare (3) il Regolamento Edilizio, ma da un uso corretto, da parte dei privati e della classe dirigente comunale, degli (1) impianti normativi e delle (2) procedure senza strumentalizzazioni che aggirino l'urbanistica e il suo giusto rapporto con le infrastrutture, la mobilità e la società.
Non è un caso che a pochissima distanza dall'approvazione del Regolamento Urbanistico di Secchi – cioè per una decina di anni - si sia fatto un sistemico e sistematico uso di piani attutivi di iniziativa privata, per variare lo stesso Piano Secchi, e un uso altrettanto sistemico e sistematico di modifiche all'impianto normativo di entrambi i regolamenti; segno questo della non accettazione del lavoro dell’urbanista, oggi, di fama mondiale. Errore di Secchi, a detta di molti, scusa per tanti che lavorano in città.
Questo è stato il modello Prato del (non)fare urbanistica, dopo Secchi, un modello che ha messo in crisi la città e ha distrutto l'urbanistica senza controbilanciamenti alcuni; decostruendo l'urbanistica non si è affatto innalzato la qualità del costruito, né tanto meno si è investito in un'architettura meritevole di essere presa a modello sostenibile. In genere, si tende a responsabilizzare Secchi più di quanto non abbia di fatto errato nelle previsioni. La crisi economica, tutto sommato, non ha dato ragione a lui, ma ha tolto il velo a questo disinibito modo di trasformare il territorio.
Oggi, potremmo essere all'ultimo atto di questo modello negativo di (non)urbanistica, se con un distorto modello perequativo, non fondato sulla corretta pianificazione, si darà atto a nuove trasformazioni di carattere immobiliare, quale quella paventata per Maliseti. Il problema principale non è cosa faremo o non faremo dell’area Ex-Banci, altro esempio sotto gli occhi di tutti, ma quale urbanistica vorremo adottare per riqualificare e rilanciare economicamente Prato. Continuare a focalizzare la nostra attenzione sulle singole aree degradate o abbandonate, Macrolotto 0, area ospedaliera etc. non fa vedere il male maggiore, ma permette a chi specula di giungere ad una soluzione vantaggiosa solo per sé.
Si auspica, non da parte di puristi ideologi, tanto meno da ambientalisti catastrofici, ma da chi ha cuore una trasformazione sostenibile, economicamente e ambientalmente vantaggiosa per la città, un'inversione di marcia ed un cambio generazionale alla guida della macchina amministrativa pratese. Chissà, così facendo, che non si arrivi - infine - a un modello positivo di urbanistica per Prato e il suo territorio; infin dei conti nessuno desidera vivere in una città museo, tanto meno fra ruderi abbandonati o peggio fra grattaceli sconclusionati mentre il lavoro langue e i capitali non sono investiti per riqualificare e rilanciare economicamente Prato.
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