Prato, 10 marzo 2010 - Fabrizio Pitigliani, 72 anni, presidente dell'Albini & Pitigliani Spa - una delle aziende più conosciute del distretto e leader dei trasporti - è deceduto nel primo pomeriggio di ieri, in auto, davanti alla porta di ingresso della sua azienda in viale Marconi, stroncato da un malore improvviso. Un gravissimo lutto per il mondo dell'imprenditoria pratese. Era anche presidente dei Magazzini Generali di Prato e faceva parte della giunta di Confindustria Toscana. In passato ha ricoperto numerosi incarichi nell’Unione Industriale Pratese.
«Avrebbe voluto una morte così, Fabrizio, se avesse potuto scegliere. E il destino lo ha accontentato: lo ha portato via in un attimo, sottraendolo alla famiglia, agli amici più cari, ai tanti conoscenti. Spengendo all’improvviso la sua intelligenza, la sua allegria, la sua costante operosità. Era un settantenne di vent’anni, Fabrizio: giovane nelle idee, tenace nei ricordi e nelle amicizie, determinato nel lavoro, attento nell’impegno sociale verso coloro ai quali la fortuna aveva dato molto meno di quanto non fosse toccato a lui.
Così oltre al legame stretto con la sua bella famiglia e all’affetto di una vita intera trascorsa accanto alla sua Carla, all’imperativo categorico del lavoro, alle cariche alle quali era stato chiamato nelle diverse organizzazioni imprenditoriali sia a Prato che in Regione, abbinava da anni, assieme alle sorelle Giovanella e Sandra, il merito di aver fondato e sostenuto il Centro Tumori intitolato a suo padre Sandro, uomo chiave, per decenni, nella realtà imprenditoriale pratese. Un Centro che in pochi anni ha meritato l’attenzione dei grandi organismi di ricerca nazionali e internazionali.
Da Sandro, Fabrizio aveva preso la concretezza del lavoro ed ereditato una profonda ironia. Un’ironia tutta toscana rafforzata da quella cultura rivierasca e un po’ cosmopolita importata a Prato da Livorno, dov’era nato suo padre, che poi a Prato, con l’amico Albo Albini, aveva fondato, subito dopo la guerra, la società di trasporti Albini e Pitigliani. Diventata presto una delle aziende di trasporti e logistica fra le più importanti d’Italia.
Fondatore, assieme a Pietro Vestri e a Giampiero Gramigni – suo grande amico scomparso nel 1994 anche lui per un infarto - del club goliardico de Il Chiavaccio, Fabrizio aveva sempre portato, con il suo grande sorriso, la sua voglia di vita, il suo profondo senso per gli aspetti più umani dell’esistenza, una ventata forte di continuo rinnovamento incoraggiando i giovani a guardare il mondo non come una gabbia entro la quale obbedire alle istruzioni per l’uso, ma come una palestra dove poter dimostrare la voglia di libertà, il desiderio di impegnarsi, la necessità di riflettere e infine l’impegno di filtrare tutto attraverso una analisi basata sulla razionalità sempre supportata dall’ironia.
Fabrizio aveva, fra le sue doti, la capacità di mediare le cose e impegnarsi a sciogliere i nodi più complessi. Ricordo incontri conviviali, nella sua casa di campagna a Castellina in Chianti, con seduti a tavola personaggi che altrimenti non avrebbero voluto incontrarsi, ma che lì, in zona franca avevano accettato l’invito al dialogo, e la maggior parte delle volte questo ‘dialogo’ aveva portato alla soluzione di problemi importanti per la città. Avevo parlato con lui qualche giorno fa: mi rimproverava per non essere andato a Castellina per uno dei soliti incontri fra amici, mi ero scusato, e lui come sempre mi aveva perdonato, anche se, aveva detto, questo perdono avrei dovuto meritarlo in un modo o nell’altro.
Era sereno, mi aveva parlato di alcune idee da mettere in atto nei prossimi mesi. Lo ritrovo all’improvviso nella sua casa, nel suo studio circondato da tele tutte quante legate alla cultura artistica labronica: la sua bara è lì, davanti alla scrivania sulla quale sono raccolte le cose ultime alle quali stava lavorando. Fuori c’è il tramontano pratese che porta neve e gelo. Ma lui non c’è più. La bara, per sua volontà è coperta da un grande telo immacolato oltre il quale riposa, a tu per tu con gli amici che vorrebbero vederlo per un’ultima volta.
Non vorrei quel sipario a dividermi dal suo sorriso, ma capisco che anche il suo sorriso se n’è andato per sempre. E non riesco neppure a dire un requiem, mi vengono in mente solo alcuni versi di Garcia Lorca per la morte di Ignazio, preghiera laica che mi sembra sia stata scritta anche per lui: ‘Vete Fabrizio, duerme, vuela, reposa, tambien se muere il mar’. E fuori la tramontana si avventa contro i vetri e Carla, ferma ai piedi della bara, ha un bel volto sereno nel suo dolore.
Non ci saranno cerimonie funebri pubbliche. Sarà cremato e avrà vicino solo i parenti. Fabrizio aveva sempre avvertito, con grande razionalità, il pudore e l’intimità della morte. A Sandra e Giovannella un abbraccio. Umberto».
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