Prato, 9 marzo 2010 - Cina iperregolamentata e rigorista all’interno (almeno sulla carta), disinvolta per l’export; Europa rigidissima sulle norme per la produzione, latitante sul versante dell’import: questo in estrema sintesi il quadro delle normative in materia ecotossicologica dei prodotti tessili, con gli effetti del caso sulla salute di lavoratori e consumatori e sull’ambiente. La materia è tecnica, ma ha delle implicazioni importanti ed estese che impongono di prestarle la massima attenzione.
La Cina dispone di un Codice tecnico nazionale per la sicurezza e salubrità dei prodotti tessili con criteri piuttosto restrittivi: ad esempio, fattori come la presenza di formaldeide, il grado di acidità/basicità (pH) dell’estratto acquoso, la solidità del colore sono normati secondo parametri severi ai fini della commercializzazione dei prodotti. Non altrettanto fa l’Europa, dove sono in vigore alcune norme di base (per esempio sulle ammine aromatiche) ma per il resto i riferimenti sono marchi e standard su base volontaristica e capitolati di fornitura.
L’Europa è quindi piuttosto aperta ai fini commercializzazione, ma ha regole rigorose a livello di produzione: il regolamento Reach per la produzione e l’uso delle sostanze chimiche costituisce per le imprese, inclusi il tessile e la chimica tessile, un onere economico ed organizzativo consistente e per molti aspetti eccessivo. Solo a partire da giugno 2011 il Reach imporrà agli importatori obblighi quantomeno di notifica di eventuali criticità legate a determinate sostanze, incluse in una specifica lista, che fossero presenti nei prodotti introdotti in Europa: fino ad allora, niente di tutto questo.
Fin qui l’immagine sia della Cina che dell’Europa appare positivamente attenta alla salubrità dei prodotti tessili, sia pure con filosofie ed approcci diversi. Ma se si va al di sotto della superficie emergono problemi e incongruenze. Il Codice tecnico cinese si applica ai prodotti tessili per abbigliamento e arredamento che, testualmente, sono "prodotti, venduti e utilizzati all’interno del territorio nazionale. I prodotti per l’export saranno regolati secondo i termini e le condizioni definite dagli accordi". Quindi per l’export le norme così rigorose del Codice possono non valere: nessuna garanzia al consumatore estero è data dal Codice tecnico cinese.
Nello stesso tempo, però, i prodotti tessili che vengono esportati in Cina sono oggetto di un vaglio alle dogane così rigoroso da potersi spesso definire cavilloso e ostruzionistico, andando a costituire una barriera non tariffaria: è quanto lamentano gli esportatori pratesi (e non solo, ovviamente), che evidenziano anche l’onerosità delle analisi di laboratorio, anche ripetute più volte, che si rendono indispensabili in questo contesto così ostile.
«Molti nostri clienti che esportano in Cina riferiscono di questi problemi – spiega Adriano Bellu (foto), Vicepresidente dell’Unione Industriale Pratese con delega all’ambiente e titolare di un’impresa di nobilitazione tessile -. Nonostante il carattere pretestuoso a priori di taluni controlli, si innescano, inevitabilmente, meccanismi di contestazione e di richiesta di condizioni particolarmente restrittive che pesano su tutta la filiera e che si sommano al già onerosissimo Reach». Quest’ultimo peraltro costituisce oggi un limite solo per i produttori europei, e non una discriminante rispetto alle importazioni.
«L’asimmetria è quindi totale – conclude Bellu -. Noi paghiamo gli oneri del Reach e non riusciamo a farne valere gli effetti sul piano commerciale, soprattutto con la Cina a causa di atteggiamenti ostruzionistici; nello stesso tempo la salute dei consumatori italiani ed europei non è affatto tutelata dalle regole del Codice tecnico cinese, che per l’export non è cogente e che non trova contrappesi efficaci nei controlli alle dogane europee. Il masochismo dell’Europa, che continua a tenere le sue funzioni produttive in subordine a quelle commerciali, si manifesta non solo nella nota resistenza all’etichettatura di origine ma anche in questi aspetti, non meno importanti. Per questo abbiamo preso la decisione di scrivere ai parlamentari europei evidenziando questi gravi problemi e chiedendo che l’Europa faccia quanto in suo potere per quantomeno ridurre questa asimmetria così penalizzante. Abbiamo investito del problema gli onorevoli Cristiana Muscardini e Gianluca Susta, rispettivamente Vicepresidente e membro della Commissione Commercio Internazionale, oltre che i parlamentari europei eletti in Toscana ed i vertici di Sistema Moda Italia».
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